Gay of New York

Jonathan Galassi avrebbe voluto inserire nel catalogo della sua Farrar, Straus and Giroux il romanzo “The Art of Fielding” di Chad Harbach (nell’edizione italiana di Rizzoli è diventato “L’arte di vivere in difesa”, non è colpa di nessuno se il baseball si esprime esclusivamente in inglese, ma in questa storia lo sport è più che altro pretesto e ambientazione), meraviglioso esordio di uno dei fondatori della rivista n+1, una specie di Lingua Franca più hipster orgogliosamente concepita e prodotta a Brooklyn, e dove sennò.
11 AGO 20
Immagine di Gay of New York
Jonathan Galassi avrebbe voluto inserire nel catalogo della sua Farrar, Straus and Giroux il romanzo “The Art of Fielding” di Chad Harbach (nell’edizione italiana di Rizzoli è diventato “L’arte di vivere in difesa”, non è colpa di nessuno se il baseball si esprime esclusivamente in inglese, ma in questa storia lo sport è più che altro pretesto e ambientazione), meraviglioso esordio di uno dei fondatori della rivista n+1, una specie di Lingua Franca più hipster orgogliosamente concepita e prodotta a Brooklyn, e dove sennò. L’asta per il manoscritto se l’è poi aggiudicata Little, Brown & Co. con un’offerta da 665 mila dollari, cifra ragguardevole e ampiamente ricompensata da vendite con tanti zeri, edizioni internazionali, recensioni giustamente sdraiate e tutto l’armamentario del bestseller ad alto coefficiente di qualità. Galassi, letterato d’altri tempi ed editore molto smart, aveva colto facilmente il potenziale commerciale di quella storia franzeniana ambientata (ma non recintata) in un campus del Midwest, ma “L’arte di giocare in difesa” deve aver avuto su di lui anche il fascino dello specchio, e l’editore in qualche modo poteva vedere le proprie vicende personali incarnate in Guert Affenlight, l’erudito rettore del Westish College “appena entrato nei sessanta, una decade normalmente associata al declino” con lo stesso affascinante viso che Pella, la figliola prodiga, ricordava da quando era bambina.
Galassi sa di letteratura almeno quanto Affenlight, che grazie a una scoperta per serendipità intorno a Melville aveva lanciato un’epopea identitaria nel suo piccolo college di provincia. Da ricercatore aveva girovagato per le università dell’Ivy League, come si conviene alle menti brillanti, si era sposato e aveva avuto una figlia, come si conveniva nel tempo della sua giovinezza. Soltanto più avanti, quando ormai la moglie era morta e lui era passato svogliatamente di letto in letto senza trarne alcuna soddisfazione, Affenlight aveva scoperto che il brillante studente Owen Dunne, il “compagno di camera mulatto e gay” del protagonista, lo attraeva di più delle donne in generale, e in particolare della già signora Dunne, afroamericana divorziata e ammiccante con le gambe lisce e una parlantina fatta per creare imbarazzi. Owen è il ragazzino colto e precoce che il fine settimana indossa la divisa di baseball per non farsi mancare la sua quota di mascolinità. Non gioca mai, è una specie di mascotte degli Harpooners, i compagni lo chiamano “Buddha” e lui passa tutte le partite in panchina con le gambe accavallate immerso nella lettura di qualche classico, magari Walt Whitman, l’amore letterario che il rettore tiene in qualche modo segreto, per non destare sospetti. “Whitman è troppo gay. Piace soprattutto ai ‘nuovi’ gay”, provoca il ragazzino gay. “Whitman piace a tutti, perché è il poeta della democrazia”, ribatte la madre. “Adesso la chiamano così?”, conclude Owen, che gioca a imbarazzare il rettore con cui ha una storia socialmente inammissibile e non completamente platonica. Affenlight, punto sul vivo, reagisce fumando più sigarette del solito.
Insomma, Galassi il romanzo non l’ha ottenuto, la concorrenza gliel’ha soffiato sotto il naso e ci ha fatto un grande affare, ma Guert Affenlight è più vivo che mai nella vicenda di questo poeta, editore, traduttore di Montale, Leopardi e altri italiani illustri, gran signore dell’editoria newyorchese, uno di quegli uomini dei tempi che furono che dopo 36 anni di matrimonio e due figlie (una di ventisei, l’altra di trent’anni) lascia tutto per scappare alla luce del sole con un editor quarantenne molto posh con il passato torbido dell’uomo di successo che si consuma in una pipa di vetro. Bill Clegg ha scritto di quel periodo tormentato in un racconto autobiografico in cui lui non compare quasi mai vestito, ma compaiono parecchi amanti, compagni di crack, camere d’albergo e film porno, spesso nella stessa scena. E’ la storia di un ricco bohémien postmoderno banalmente intitolata con un calembour di Joyce: “Portrait of an Addict as a Young Man”, ma qui l’elemento gay è esposto come una precondizione, non c’è nessun armadio nel quale chiudersi dentro per poi uscire fuori con gran sorpresa di pubblico e critica.
Quella di Galassi è un’altra storia, più intima e meno “gay” nel senso della codificazione culturale che si è imposta nel costume e che lavora per imporsi nella norma di un mondo ultrasecolarizzato; ha 62 anni, più o meno la stessa età del rettore di Westish all’epoca delle romanzesche vicende, e come il personaggio di Harbach ha messo su famiglia quando quella era l’unica opzione socialmente accettabile. Molti hanno detto che il poeta aveva pianificato tutto, che il matrimonio era soltanto la copertura di una seconda vita che doveva essere vissuta nel segreto fino al giorno del gran coup de théâtre che l’avrebbe catapultato su una scena ormai gay friendly. Aspettare nell’ombra per poi riemergere quando il campo è sgombro. Lui dice che non è così: “Ti svegli un giorno e ti rendi conto che hai delle sensazioni che non dovresti avere e che non s’accordano con il tipo di vita che stai facendo. Cosa fai? Alcuni pensano che dovresti semplicemente seppellire quei sentimenti, ma una volta che li riconosci, li ammetti, non puoi più seppellirli, sarebbe la morte”.
Il principio di Aharon Appelfeld è che lo scrittore scrive “perlopiù di se stesso”, quello di Galassi che il poeta “scrive per spiegare sé a se stesso” e così l’ultima raccolta, “Left-handed” (pubblicata da Alfred A. Knopf, niente conflitto di interessi) racconta senza troppe figure retoriche la storia di un uomo di mezza età sposato che scopre di essere omosessuale, con straziante e allitterato addio alle “girls” che avevano occupato la sua vita per decenni: “The girls the life I left the / lost life all of it was ours is / ours was ours is ours was”. Metà del libro è dedicato a “Jude”, la finzione letteraria di Clegg, ma nella seconda parte appare un certo “Tom”, un Antinoo senza una corrispondenza certa nella realtà extrapoetica. Il gossip sulla relazione con Clegg è uscito per la prima volta nell’estate del 2007, quando la crisi con la moglie Susan Grace era già nel ramo ascendente della parabola e l’irrequietezza affettiva dell’editore non aveva trovato dove esprimersi. Galassi ha raccontato che separarsi da Susan Grace è stato “estremamente doloroso”, che la coppia ha provato ad affrontare il problema a viso aperto, ha cercato di convincersi che se anche il sentimento lo conduceva altrove c’era un ordine della vita da rispettare, una cosa giusta da fare. Nelle poesie precedenti di Galassi si respira un conflitto che si è trascinato per anni e che non è mai stato risolto. La metafora del bambino mancino che non viene costretto dai genitori a scrivere con la destra, come si usava quando loro erano studenti, contiene il disagio dell’identità di un homme de lettres che ha vissuto per decenni fuori posto, dopo un’adolescenza passata a cercare relazioni omosessuali che lo hanno soltanto reso più “infelice”. “Poi ho avuto una relazione felice con Susan e mi sembrava che tutto andasse come doveva andare. Ma l’esperienza mi ha detto che avevo bisogno di amare un uomo. Tutto a un tratto mi sono detto: ‘Ecco come mi dovrei sentire’”, ha raccontato al New York Times.
Quella interpretata da Galassi non è la figura del coming out classico, ma è una dichiarazione di ritorno dopo una vita matrimoniale iniziata in un altro mondo, è un ricorso della storia personale e sociale, sullo sfondo di una New York eternamente progressista dove si candiderà nella corsa per la poltrona di sindaco una donna sposata con un’altra donna. Ha trovato, Galassi, lo “the still point of the world / the link that won’t hold / the thread to untangle that will finally lead / to the heart of a truth”, come recita la versione galassiana di Montale. “Non ha avuto nessun effetto sulla mia vita professionale. Non interessa a nessuno. Alla fine Gawker passa sempre alla storia successiva”. Galassi ha rotto il suo argine privato quando l’argine pubblico era già stato rotto, quando la convenzione della sua giovinezza era stata rimpiazzata da una nuova convenzione, quando un Anderson Cooper, volto globale della Cnn, non ha più bisogno di annunciare al mondo che è gay con le fanfare, gli araldi e i paggi, ma butta lì la faccenda in mezzo a una conversazione qualsiasi: “Sai, essendo gay…”. E forse la dichiarazione di Galassi dopo 36 anni di matrimonio con prole è così anticonformista che si ritrova a fissare una nuova prassi.
L’editore non è il solo intellettuale a scoprirsi gay ex post. Aveva ragione a dire che Gawker passa sempre alla storia successiva, perché è dal sito di gossip che è arrivata la notizia, mai smentita, che Marty Peretz aveva cambiato orientamento – meglio: si era arreso all’evidenza – dopo 42 anni di matrimonio con Anne Labouisse Farnsworth, una delle ereditiere della mitica Singer Sewing Company, quella che ha inventato la macchina per cucire. E’ soprattutto grazie al di lei blocchetto degli assegni che Peretz nel 1974 si è comprato il New Republic, la rivista della sinistra pensante e chic con una lista di collaboratori passati da far tremare le ginocchia. Con i suoi alti e bassi, le ristrutturazioni e gli spacchettamenti, Peretz ha fatto la storia del New Republic fino al 2010 e nel frattempo è diventato quello che con un understatement giornalistico si chiama “una figura controversa” nel panorama intellettuale. Cresciuto in una famiglia di ebrei secolarizzati e liberal, Peretz non ha tenuto la causa sionista come la più alta fra le sue preoccupazioni intellettuali, ha fatto di tutto per innervosire gli avversari e raramente ha chiesto scusa. L’ultima volta che lo ha fatto è stata dopo essersi pubblicamente chiesto se i musulmani “devono essere rispettati, fingendo che siano degni dei privilegi del primo emendamento: sento dentro di me che finiranno per violarlo”. Ha fatto ammenda con un peretzismo: “L’ho scritto ma non lo penso”. Peretz ha portato la pratica dello sparare prima di prendere la mira al livello dell’arte, il suo obiettivo polemico classico è la società araba “retrograda” ma lui, fiero di aver pregato nella vita soltanto al Bar Mitzvah “per sentirmi parte del mio popolo” non ha mai risparmiato gli ebrei ortodossi, i “parassiti” che “con dieci figli per famiglia finiranno per asfissiare Israele. So che questa gente ha aiutato a tenere viva l’idea ebraica in tempi disperati, ma li venderei tutti per un sergente dell’Idf”. Hanno detto che era razzista, pazzo, settario, fanatico, uno che doveva vergognarsi di andare in giro, lui che per giunta era stato complice di uno dei più famosi scandali giornalistici americani, quello del fabbricante di patacche Stephen Glass. Lui, agent provocateur per vocazione e probabilmente per natura, ha sempre incitato i suoi critici a picchiare più forte, a dipingerlo come un demonio che uccideva sistematicamente la libertà di opinione altrui in nome della propria libertà di opinione.
Nel 2010, un anno dopo il divorzio dalla moglie che gli ha dato due figli, la grande avventura di Peretz al New Republic è finita e si è trasferito definitivamente a Tel Aviv, la città sionista, per insegnare alle scuole superiori. Nella nota di commiato ha ammesso quello che tutti sapevano: “La verità è che non ho mai fatto l’editing di un solo articolo del settimanale”, ma allo stesso tempo ha rivendicato con orgoglio i suoi meriti: “Onestamente è stata la mia visione e quella dei miei compatrioti su cosa fosse necessario per un serio giornale d’opinione nella società americana quello che ha definito il New Republic dal 1974 a oggi”. E’ stato poco dopo quella lettera che hanno scritto che “l’infedeltà e il cattivo carattere” che la moglie citava come motivi del fallimento di un matrimonio già concluso de facto nel 2005 era in realtà dovuta al suo coming out di ritorno. In un ritratto firmato da Benjamin Wallace-Wells sul settimanale New York si legge: “Le amicizie con uomini più giovani erano a volte così intense che potevano sembrare ai confini dell’erotismo”. Al New York Times ha detto: “La mia vita sessuale è troppo complicata per essere spiegata in una parola, ma non abbastanza complicata per quindici parole”. Basta, nient’altro. Un segreto di Pulcinella diffuso nelle pieghe del non detto e, un’altra volta, conseguenza indiretta di un mondo che nel corso dei 42 anni di matrimonio di Peretz è cambiato parecchio. Nemmeno il free thinker di New York cresciuto da un padre che aveva l’hobby di sfottere i rabbini ultraortodossi, il piccolo genio diplomato a quindici anni, lo stravagante polemista attaccabrighe avrebbe potuto disincagliarsi facilmente dal corso sociale degli affetti. A settant’anni suonati Peretz ha guardato fuori dalla finestra, si è fatto i conti in tasca ed è uscito di scena con la sua identità aggiornata alla nuova convenzione. Forse anche lui ha aderito alla prassi codificata dell’uscita dall’armadio postuma. Il New Republic è stato venduto a Chris Hughes, 29 anni, cofondatore di Facebook e gay senza bisogno di outing.